Archivio per Apollo 14

Gli Uomini: Stu Roosa

Posted in Biografie with tags , , on 2 giugno 2013 by raghnor

Stu Roosa

Nome Completo: Stuart Allen Roosa

Nato il: 16 Agosto 1933 a Durango, Colorado

Morto il: 13 Dicembre 1994 a Washington D.C.

Ruolo: Astronauta (NASA Group 5 – The Original 19)

Missioni: Apollo 14

Onorificenze Ricevute: NASA Distinguished Service Medal; il Johnson Space Center Superior Achievement Award (1970); le Air Force Command Pilot Astronaut Wings; la Air Force Distinguished Service Medal; il Arnold Air Society’s John F. Kennedy Award (1971); la City of New York Gold Medal (1971); il American Astronautical Society’s Flight Achievement Award (1971); l’Ordine di Tehad (1973)e l’Ordine dell’Impero Centrafricano (1973).

Stuart Allen Roosa è stato un astronauta della NASA, l’unica missione a cui ha partecipato nel ruolo di CMP è stata Apollo 14, la terza missione ad allunare (dopo l’epopea di Apollo 13). Suoi compagni sono stati Alan Shepard e Edgar Mitchell. Questo fa di lui uno delle 24 persone che hanno raggiunto l’orbita lunare.

Roosa è nato a Durango, in Colorado, ed è cresciuto a Claremore, Oklahoma. Ha studiato alla Justice Grade School e alla Claremore High School sempre a Claremore. In seguito ha frequentato la Oklahoma State University e l’Università dell’Arizona per poi conseguire (con lode) la laurea in Ingegneria Aeronautica dall’Università del Colorado. Più tardi nel corso della sua vita ha ricevuto la laurea ad honorem in Lettere dell’Università di St. Thomas (Houston) nel 1971 e ha completato un corso avanzato di management alla Harvard Business School nel 1973.

Ha iniziato la sua carriera come smokejumper nel Corpo Forestale americano nei primi anni 50. Nel 1953 ha iniziato la carriera nella U.S. Air Force seguendo la Scuola di Artiglieria alla Del Rio Air Force Base in Texas e la Luke Air Force Base in Arizona. Completò con successo l’Aviation Cadet Program alla Williams Air Force Base, Arizona.

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L’antenna S-Band

Posted in Tecnologia with tags , , , on 19 maggio 2013 by raghnor

La S-Band antenna di Apollo 14

La comunicazione dalla superficie lunare veniva gestita dal Lunar Module e dal suo sistema di comunicazioni per la Unified S-Band. La Unified S-band (USB) era stata sviluppata per le missioni Apollo dalla NASA e dal Jet Propulsion Laboratory (JPL). La USB operava in una porzione dello spettro delle microonde e combinava (da qui il termine “unified”) le comunicazioni vocali, il segnale televisivo, la telemetria e  i segnali di rilevamento della posizione (tracking and ranging) in un singolo sistema per risparmiare sulle dimensioni e sul peso delle apparecchiature nonchè per ottenere una semplificazione dell’operatività.

Il LM era dotato di una antenna S-Band orientabile (da utilizzare preferibilmente da distanze “lunari”) e due antenne omni-direzionali (per la comunicazione da distanze più ridotte rispetto alla Terra e/o se non era possibile usare l’antenna direzionale). Se si rendeva necessario utilizzare le antenne omni-direzionali dalla superficie lunare, l’unico modo di ricevere un segnale adeguato era utilizzare una delle grandi antenne della MSFN (come quella di Honeysuckle).

Durante le missioni Apollo 11 – 14, il segnale TV veniva da una telecamera installata sulla superficie e collegata al LM tramite un cavo. Il segnale veniva processato ed inviato tramite le antenne S-Band del modulo. Queste prime missioni avevano una ulteriore alternativa, una antenna S-Band da installare sulla superficie, più grossa e potente di quella installata sul LM (Erectable S-Band Antenna).

L’antenna in questione era un‘antenna parabolica del diametro di 3 metri che veniva installata (seguendo una ben precisa serie di operazioni) e puntata verso la Terra. Veniva stivata nel Quad 1 del LM, a destra della scaletta usata per scendere sulla superficie.

La Erectable S-Band Antenna fece il suo primo volo verso la Luna già con Apollo 11. A causa del limitato (e quindi prezioso) tempo a disposizione per l’unica EVA di questa missione, venne valutata la qualità dei primi minuti della trasmissione TV in bianco e nero prima di procedere all’installazione. La qualità venne ritenuta sufficiente, l’antenna rimase inutilizzata e i 19 minuti previsti per occuparsi dell’antenna vennero invece sfruttati per attività più redditizie per l’esplorazione.

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Una prova involontaria

Posted in Scienza, Storia with tags , , on 5 maggio 2013 by raghnor

Al lavoro al SEQ
(A. Bean, Apollo 12)

Questo post è dedicato a quelli sempre alla ricerca di qualche argomentazione per affrontare gli scettici sul reale svolgimento delle missioni Apollo. Magari gli scettici che hanno ormai superato la fase “ombre non parallele”, “ombre di lunghezza diverse”, “la tecnologia non era abbastanza sviluppata” bla bla bla …

L’origine è un approfondimento dell’Apollo Surface Journal (che non mi stancherò mai di pubblicizzare) e riguarda il SEQ Pendulum di Apollo 14, una dimostrazione semplice e NON INTENZIONALE delle regole del moto in ambiente lunare.

Nel corso della prima EVA di Apollo 14 intorno a MET 115:09:13, i due astronauti Alan Shepard e Ed Mitchell erano impegnati a estrarre dal SEQ (Scientific Equipment Bay) del modulo di discesa di Antares i packages dell’ALSEP. Ed stava utilizzando i sistemi di pulegge per portare il secondo package sulla superficie, quando (MET 115:10:36) nelle riprese video si vede uno dei nastri che servivano a trattenere in posizione il package cadere e scomparire sotto il LM. Qualche secondo dopo, lo stesso riappariva percorrendo lo stesso percorso in senso inverso, e poi ancora, ripetutamente oscillando avanti e indietro per circa un minuto e mezzo fino a che lo stesso Ed con i suoi movimenti non lo bloccava.

La sequenza dell’oscillazione è ben visibile in questo video su You Tube a partire da 32 secondi circa fino alla fine.

Insomma, involontariamente Ed Mitchell stava effettuando un esperimento con un pendolo in condizioni di gravità lunari. E questo, con l’aiuto di un po di fisica (poca poca giuro 😉 ), ci aiuta a dimostrare che la scena non si è svolta su un set cinematografico in Nevada.

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The Space Ballet – Il Rendezvous (3)

Posted in Scienza, Storia with tags , on 24 febbraio 2013 by raghnor

Il rendezvous di Apollo 10

Ed eccoci all’evoluzione finale del rendezvous nel programma Apollo: il Direct Rendezvous.

Le prime missioni lunari coronate da successo, col loro carico di esperienza e di fiducia nei sistemi e nelle procedure portarono all’introduzione del Direct Rendezvous a partire da Apollo 14. Una metodologia poi utilizzata dalle successive missioni e che riduceva il tempo necessario all’incontro tra CSM e LM a poco meno di due ore, meno di un’orbita completa intorno al nostro satellite.

Lo si potrebbe definire come una versione del metodo coellittico privato delle parti non necessarie, ridotto all’essenziale. Occorre ricordare che il metodo descritto la settimana scorsa aveva come caratteristica fondamentale l’essere molto conservativo. Il maggior tempo necessario lasciava spazio a diverse opportunità per applicare eventuali correzioni (se necessarie) frutto di una lunga serie di aggiornamenti della posizione relative dei due veicoli.

Le differenze più evidenti tra i due metodi è l’eliminazione nel Direct Rendezvous delle manovre di CSI (Coelliptic Sequence Initiation) e di CDH (Constant Delta Height) oltre all’anticipo della TPI (Terminal Phase Initiation) a poco dopo il raggiungimento dell’orbita iniziale da parte del LM.

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Un carrettino sulla Luna

Posted in Storia, Tecnologia with tags , , , on 28 ottobre 2012 by raghnor

Il MET durante la EVA2 di Apollo 14

Tra i commenti dei primi equipaggi a sbarcare sulla Luna, la Technical Services Division dell’MSC affrontò quello relativo alla difficoltà di portare in giro tutti gli attrezzi necessari per effettuare i campionamenti geologici. La proposta fu quella di dotare gli equipaggi futuri (a partire da quello di Apollo 14) di un ‘carrettino’.

Il Modular Equipment Transporter (MET) era proprio un carretto a due ruote; chi lo aveva ideato ci vedeva un sistema adeguato per migliorare la capacità degli astronauti di esplorare la superficie lunare, seppur all’interno dei limiti dettati del fatto di muoversi comunque a piedi.

Gli astronauti soprannominarono il MET “the rickshaw”, “il risciò”

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Il meccanismo di docking

Posted in Tecnologia with tags , , , , on 16 settembre 2012 by raghnor

Una verifica di docking
prima di una missione

Il sistema di agganciamento (docking system) tra il CSM e il LM è una delle tante meraviglie ingegneristiche del programma Apollo e anche una di quelle la cui importanza viene spesso sottovalutata. Non sarebbe stato possibile utilizzare il metodo LOR per completare le missioni lunari senza di esso.

Veniva utilizzato due volte nel corso di una regolare missione lunare: la prima all’inizio del volo translunare quando il CSM veniva agganciato al LM ancora all’interno dell’S-IVB (come parte della manovra di TD & E, Trasposition Docking and Extraction). La seconda volta quando l’Ascend stage del LM completava la manovra di rendezvous, di ritorno dalla superficie lunare. Nel primo caso il CSM svolgeva il ruolo attivo nell’aggancio, nel secondo toccava al LM.

La manovra di docking veniva effettuata dal CDR o dal CMP utilizzando i razzi di assetto (RCS). Come aiuto durante la manovra veniva utilizzato anche il Crewman Optical Alignment Sight (COAS), un dispositivo ottico simile al mirino di una macchina fotografica montato sull’oblò triangolare dedicato al rendezvous.

Il docking system era un ingegnoso sistema in parte meccanico e in parte pneumatico, compatto che gestiva con semplicità una serie di funzioni fondamentali:

  • permetteva l’allineamento delle due capsule quando venivano a contatto

  • assorbiva le sollecitazioni del contatto che avveniva al momento del soft-dock (ved sotto)

  • avvicinava i due veicoli in modo da ottenere un hard-dock (vedi sotto) mantenendo (e migliorando ulteriormente) l’allineamento dei veicoli

Alcuni dei componenti del sistema potevano essere ripiegati, rimossi e riposti da entrambi i veicoli una volta avvenuto l’aggancio.

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Le procedure anticontaminazione (3) – LRL

Posted in Storia, Tecnologia with tags , , , , , , on 1 luglio 2012 by raghnor

L’LRL in costruzione

Il Lunar Receiving Laboratory (LRL) è un edificio del Lyndon B. Johnson Space Center a Houston, Texas che è stato costruito per gestire il periodo di quarantena degli astronauti e del materiale (principalmente campioni di rocce) di ritorno dalle missioni lunari, periodo richiesto per evitare o limitare il rischio di back-contamination (ovvero la contaminazione dell’ambiente terrestre da parte di agenti chimico / batteriologici provenienti dal nostro satellite).

Dopo essere stati recuperati dal mare, gli equipaggi di Apollo 11, Apollo 12 e Apollo 14 venivano confinati nell’MQF e, a bordo di questo, portati all’LRL. I contenitori dei campioni di rocce e di regolite venivano invece estratti dal Command Module ed inviati direttamente in aereo all’LRL.

L’LRL è costato 7.8 milioni di dollari (degli anni 60) ed è stato ospitato nel Building 37 del JSC. Copriva un’area di 7700 m2 ed era composto da diverse aree: la Crew Reception Area (CRA), il Vacuum Laboratory, il Sample Laboratories (Fisica e Scienze Biologiche) e le aree riservare al supporto e l’amministrazione. Sistemi speciali furono realizzati per gestire i flussi d’aria da e per l’area dedicata ai campioni e nel CRA. Venivano inoltre sterilizzati tutti gli scarti liquidi e l’aria in uscita veniva passata attraverso un sistema di filtri.

Il Lunar Receiving Laboratory era destinato a 4 funzioni:

  1. gestire il periodo di quarantena dei campioni, della capsula e degli astronauti

  2. gestire la distribuzione dei campioni alla comunità scientifica

  3. conservare permanentemente un frammento di ogni campione sotto vuoto

  4. effettuare i primi esperimenti sui campioni appena arrivati

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