Archivio per Apollo 12

Splash!

Posted in Storia, Tecnologia with tags , , on 21 luglio 2013 by raghnor

L’ammaraggio di Apollo 16

Questo era più o meno il rumore con cui si concludeva il volo del Command Module nelle missioni Apollo. Dopo un viaggio durato tra i 5 e i 13 giorni, e dopo aver portato uomini in posti che (sigh) non abbiamo più raggiunto da allora, un sostanzioso botto sulla superficie dell’oceano poneva fine alle fatiche del veicolo.

L’ammaraggio (splashdown) è ovviamente il metodo di atterraggio su una superficie d’acqua, usato da tutte le missioni spaziali americane prima dell’avvento dello Space Shuttle, che prevede di utilizzare un paracadute per rallentare la caduta di un veicolo.

Il CM era dotato di una serie di accorgimenti per gestire al meglio l’ammaraggio e favorire il successivo recupero di equipaggio e capsula.

Una luce stroboscopia lampeggiante dotata di una propria alimentazione si attivava 8 secondi dopo il dispiegamento dei paracadute principali. Era montata su un braccio lungo 30 cm che si estendeva automaticamente dal compartimento di prua del CM. L’accensione era invece controllata manualmente dall’equipaggio.

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L’antenna S-Band

Posted in Tecnologia with tags , , , on 19 maggio 2013 by raghnor

La S-Band antenna di Apollo 14

La comunicazione dalla superficie lunare veniva gestita dal Lunar Module e dal suo sistema di comunicazioni per la Unified S-Band. La Unified S-band (USB) era stata sviluppata per le missioni Apollo dalla NASA e dal Jet Propulsion Laboratory (JPL). La USB operava in una porzione dello spettro delle microonde e combinava (da qui il termine “unified”) le comunicazioni vocali, il segnale televisivo, la telemetria e  i segnali di rilevamento della posizione (tracking and ranging) in un singolo sistema per risparmiare sulle dimensioni e sul peso delle apparecchiature nonchè per ottenere una semplificazione dell’operatività.

Il LM era dotato di una antenna S-Band orientabile (da utilizzare preferibilmente da distanze “lunari”) e due antenne omni-direzionali (per la comunicazione da distanze più ridotte rispetto alla Terra e/o se non era possibile usare l’antenna direzionale). Se si rendeva necessario utilizzare le antenne omni-direzionali dalla superficie lunare, l’unico modo di ricevere un segnale adeguato era utilizzare una delle grandi antenne della MSFN (come quella di Honeysuckle).

Durante le missioni Apollo 11 – 14, il segnale TV veniva da una telecamera installata sulla superficie e collegata al LM tramite un cavo. Il segnale veniva processato ed inviato tramite le antenne S-Band del modulo. Queste prime missioni avevano una ulteriore alternativa, una antenna S-Band da installare sulla superficie, più grossa e potente di quella installata sul LM (Erectable S-Band Antenna).

L’antenna in questione era un‘antenna parabolica del diametro di 3 metri che veniva installata (seguendo una ben precisa serie di operazioni) e puntata verso la Terra. Veniva stivata nel Quad 1 del LM, a destra della scaletta usata per scendere sulla superficie.

La Erectable S-Band Antenna fece il suo primo volo verso la Luna già con Apollo 11. A causa del limitato (e quindi prezioso) tempo a disposizione per l’unica EVA di questa missione, venne valutata la qualità dei primi minuti della trasmissione TV in bianco e nero prima di procedere all’installazione. La qualità venne ritenuta sufficiente, l’antenna rimase inutilizzata e i 19 minuti previsti per occuparsi dell’antenna vennero invece sfruttati per attività più redditizie per l’esplorazione.

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Le procedure anticontaminazione (3) – LRL

Posted in Storia, Tecnologia with tags , , , , , , on 1 luglio 2012 by raghnor

L’LRL in costruzione

Il Lunar Receiving Laboratory (LRL) è un edificio del Lyndon B. Johnson Space Center a Houston, Texas che è stato costruito per gestire il periodo di quarantena degli astronauti e del materiale (principalmente campioni di rocce) di ritorno dalle missioni lunari, periodo richiesto per evitare o limitare il rischio di back-contamination (ovvero la contaminazione dell’ambiente terrestre da parte di agenti chimico / batteriologici provenienti dal nostro satellite).

Dopo essere stati recuperati dal mare, gli equipaggi di Apollo 11, Apollo 12 e Apollo 14 venivano confinati nell’MQF e, a bordo di questo, portati all’LRL. I contenitori dei campioni di rocce e di regolite venivano invece estratti dal Command Module ed inviati direttamente in aereo all’LRL.

L’LRL è costato 7.8 milioni di dollari (degli anni 60) ed è stato ospitato nel Building 37 del JSC. Copriva un’area di 7700 m2 ed era composto da diverse aree: la Crew Reception Area (CRA), il Vacuum Laboratory, il Sample Laboratories (Fisica e Scienze Biologiche) e le aree riservare al supporto e l’amministrazione. Sistemi speciali furono realizzati per gestire i flussi d’aria da e per l’area dedicata ai campioni e nel CRA. Venivano inoltre sterilizzati tutti gli scarti liquidi e l’aria in uscita veniva passata attraverso un sistema di filtri.

Il Lunar Receiving Laboratory era destinato a 4 funzioni:

  1. gestire il periodo di quarantena dei campioni, della capsula e degli astronauti

  2. gestire la distribuzione dei campioni alla comunità scientifica

  3. conservare permanentemente un frammento di ogni campione sotto vuoto

  4. effettuare i primi esperimenti sui campioni appena arrivati

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Dormire sulla Luna

Posted in Storia with tags , , , , , , on 27 novembre 2011 by raghnor

Lo spazio nel LM non era molto …

Delle missioni lunari del Progetto Apollo anche i meno maniaci conoscono tanti particolari. Si trovano facilmente le informazioni relative al volo, all’allunaggio, alle attività svolte durante le EVA. Ma quanti hanno mai pensato a cosa accadeva nei cosidetti ‘sleeping period’, i periodi di riposo trascorsi sulla superficie lunare? E in particolare, come si dormiva sulla Luna? Mi sono posto questa domanda per un po di tempo. Poi è venuto in mio aiuto l’Apollo Lunar Surface Journal, i cui autori non mi stancherò mai di ringraziare per l’incredibile mole di lavoro donatoci.

Come per molti altri aspetti del progetto, anche le condizioni e le modalità del riposo degli astronauti è variato col passare delle missioni.

Durante Apollo 11, Armstrong e Aldrin decisero di saltare un periodo di riposo previsto subito dopo l’allunaggio. L’adrenalina era tanta e loro volevano iniziare la loro EVA il prima possibile. La missione era poco più di un mordi e fuggi sulla superficie, ragion per cui rientrati nel LM usufruirono di un periodo di riposo di sole 6 ore (prima di iniziare i preparativi per la ripartenza). Aldrin si sedette sul pavimento della parte frontale della cabina del modulo lunare. Armstrong si accomodò sulla copertura del motore di ascesa e utilizzò un cavo (probababilmente uno di quelli utilizzati per ancorarsi durante la discesa) per mantenere in sospensione le gambe. I due finestrini triangolari e l’oblò per il rendezvous (sopra la postazione del CDR) vennero schermati con delle tendine per impedire alla luce di entrare; purtroppo per i due la schermatura non era molto efficace ed in più la Terra si trovava proprio in quel momento a passare nell’area di copertura dell’AOT (l’Alignment Optical Telescope, il sestante del LM). Un evento non previsto, per cui furono costretti ad improvvisare una copertura. L’altro problema fu quello del rumore, soprattutto per Armstrong: c’erano sistemi del LM che rimasero ovviamente attivi e alcune delle pompe si azionavano di quando in quando. Per completare il quadro, i due astronauti indossarono la tuta per tutto il tempo, casco e guanti compresi; una misura precauzionale in caso di eventuali depressurizzazioni della cabina. Quest’obbligo ebbe anche un paio di punti favorevoli: all’interno della tuta la temperatura si mantenne più tollerabile (mentre la cabina si raffreddava progressivamente) e l’elemetto (la fishbowl) era dotato di un piccolo cuscinetto a supporto della nuca, abbastanza comodo. In breve:

“The quality of the rest was poor in my case.” – Armstrong

“I’d say the same thing.” – Aldrin

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Il Pogo del Saturn V

Posted in Storia, Tecnologia with tags , , , , , , , , on 12 giugno 2011 by raghnor

Il Lancio di Apollo 4

In tre precedenti occasione, nei post dedicati ad Apollo 6, Apollo 13 e alle fasi del lancio di un Saturn V, mi sono marginalmente occupato del problema del Pogo. In questo post proverò ad approfondire l’argomento e a raccontare come questo problema venne affrontato nel Programma Apollo.

Nei razzi a propellente liquido, delle pompe spingono i due componenti della miscela (carburante ed ossidante) nella camera di combustione dei motori tramite una serie di tubature. Inevitabilmente i serbatoi, le tubature e i motori vibrano durante il lancio. Queste vibrazioni causano delle oscillazioni nel flusso di carburante; a sua volta queste causano delle oscillazioni nella spinta generata dal motore. Questa oscillazione nella spinta può a sua volta indurre ulteriori vibrazioni nella struttura del razzo, che vanno ad aumentare le oscillazioni nel flusso dei propellenti e così via in una circolo vizioso che porta ad una instabilità dell’intero sistema e ad oscillazioni longitudinali che possono diventare estreme fino a portare alla distruzione del razzo.

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Gli Uomini: Charles “Pete” Conrad

Posted in Biografie with tags , , , , on 15 maggio 2011 by raghnor

Charles “Pete” Conrad

Nome Completo: Charles Conrad Jr.

Nato il: 2 Giugno 1930 a Philadelphia (Pennsylvania)

Ruolo nel Progetto: Astronauta (NASA Astronaut Group 2, “The New Nine”)

Missioni: Gemini 5, Gemini 11, Apollo 12, Skylab 2

Onoranze Ricevute: Awarded Congressional Space Medal of Honor (Ottobre 1978); 2 NASA Distinguished Service Medals, 2 NASA Exceptional Service Medals, Navy Astronaut Wings, 2 Navy Distinguished Service Medals, e 2 Distinguished Flying Crosses; Princeton’s Distinguished Alumnus Award nel 1965; U.S. Jaycee’s 10 Outstanding Young Men Award nel 1965; American Astronautical Society Flight Achievement Award nel 1966; Pennsylvania’s Award for Excellence in Science and Technology nel 1967 e 1969; Rear Admiral William S. Parsons Award for Scientific and Technical Progress nel 1970; Godfrey L. Cabot Award nel 1970; Medaglia d’Argento della Union League of Philadelphia nel 1970; FAI Yur Gagarin Gold Space Medal e la De La Vaulx Medal nel 1970 per Apollo 12; National Academy of Television Arts and Sciences Special Trustees Award nel 1970; Federal Aviation Agency’s Space Mechanic Technician Award nel 1973; Collier Trophy nel 1973; FAI Gold Medal e la De La Vaulx Medal nel 1974 per Skylab 2, e la AIAA Haley Astronautics Award nel 1974 per Skylab 2; Harmon Trophy nel 1974; ammesso alla Aviation Hall of Fame nel 1980.

“If you can’t be good, be colorful.” — Motto personale di Conrad
[“Se non puoi essere buono, sii pittoresco”]

Credo che in questa frase ci sia tutto Pete Conrad. Uno tra i migliori astronauti della NASA, veterano di missioni Gemini, Apollo e Skylab, eppure sempre goliardico e allegro. Qui ho riportato la sua biografia, ma chi vuole conoscere un pò di più il personaggio dovrebbe dare un’occhiata all’episodio dedicato ad Apollo 12 della serie “From the Earth to the Moon”.

Charles “Pete” Conrad, Jr. è stato un ufficiale della Marina americana ed un astronauta, il terzo a porre piede sulla Luna nel corso della missione Apollo 12. Ha volato anche nelle missioni Gemini 5 (fu il decimo americano e complessivamente il ventesimo uomo a volare nello spazio), Gemini 11, Apollo 12 e Skylab 2.
Conrad nasce il 2 Giugno 1930 a Philadelphia, Pennsylvania, il terzo figlio (il primo maschio) di Charles Conrad Sr. and Frances De Rappelage Conrad. La madre avrebbe tanto desiderato chiamarlo Peter ma il padre insistette per dargli il suo nome. Ciononostante per sua madre e praticamente per tutti quelli che lo conobbero lui fu sempre “Peter” o “Pete”. Pete fu sempre un bimbo brillante ed intelligente ma limitato nel rendimento scolastico dalla dislessia, una condizione poco compresa all’epoca. Pete frequentò la Haverford School, una accademia privata nell’omonima località, frequentata da diverse generazioni di Conrad prima di lui. A causa della dislessia, Pete fallì gli esami in una delle classi e venne espulso. La madre trovò per lui un posto alla Darrow School a New Lebanon, New York: qui Pete apprese un sistema di studio in grado di vincere il suo problema. Il suo rendimento scolastico in seguito fu talmente buono da permettergli non solo l’accesso alla Princeton University ma anche al programma ROTC (Reserve Officers Training Corps) completo della Marina. Mentre si trovava a Princeton, incontra Jane DuBose, una studentessa del Bryn Mawr, la cui famiglia possiede un ranch di 6.5 km2 vicino a Uvalde, Texas. Suo padre Winn DuBose, fu il primo a chiamarlo “Pete” anzichè “Peter”. Dopo aver completato Princeton ed essere entrato in Marina, Conrad sposò Jane il 16 Giugno 1953. Hanno avuto 4 figli, tutti maschi: Peter, nato nel 1954, Thomas, Andrew e Christopher, nato nel 1961. Nel 1988, quando tutti i figli erano ormai cresciuti e usciti di casa, Pete e Jane divoziarono.

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Il Landing Point Designator (LPD)

Posted in Tecnologia with tags , on 27 giugno 2010 by raghnor

Le fasi dell’allunaggio e
i rispettivi programmi dell’AGC

La procedura di allunaggio del LM era lunga, complessa e divisa in diverse parti. Per ciascuna di esse, l’AGC (Apollo Guidance Computer) eseguiva un diverso programma di guida specifico.

A circa 2.74 Km di altitudine il LM raggiungeva un punto ipotetico definito ‘high gate’, un termine derivato dal gergo aereonautico che identifica il punto iniziale dell’approccio ad un aereoporto. Il LM assumeva un orientamento tale (pitch over) da permettere all’equipaggio di osservare la superficie nel luogo designato per l’allunaggio. Era a partire da questo punto che la traiettoria poteva essere modificata, anche a scapito di un maggiore consumo di carburante, per integrare le decisioni del sistema di guida automatico con una componente decisionale umana. In corrispondenza dell’high gate, il computer iniziava ad eseguire il programma P64 (Approach Phase Guidance). Si trattava di un programma molto simile a quello eseguito in precedenza (P63, Initial Braking Maneuver) ma con un diverso obiettivo e, inoltre, provvisto della logica necessaria a permettere al CDR di modificare il punto di allunaggio, di ‘ri-definirlo’, fino a quando il LM non si fosse trovato ad una distanza di 9 Km da esso e/o ad una altitudine superiore ai 150 mt.

Come faceva il CDR a selezionare un nuovo punto di allunaggio? E come lo indicava all’AGC?

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