Splash!

L’ammaraggio di Apollo 16

Questo era più o meno il rumore con cui si concludeva il volo del Command Module nelle missioni Apollo. Dopo un viaggio durato tra i 5 e i 13 giorni, e dopo aver portato uomini in posti che (sigh) non abbiamo più raggiunto da allora, un sostanzioso botto sulla superficie dell’oceano poneva fine alle fatiche del veicolo.

L’ammaraggio (splashdown) è ovviamente il metodo di atterraggio su una superficie d’acqua, usato da tutte le missioni spaziali americane prima dell’avvento dello Space Shuttle, che prevede di utilizzare un paracadute per rallentare la caduta di un veicolo.

Il CM era dotato di una serie di accorgimenti per gestire al meglio l’ammaraggio e favorire il successivo recupero di equipaggio e capsula.

Una luce stroboscopia lampeggiante dotata di una propria alimentazione si attivava 8 secondi dopo il dispiegamento dei paracadute principali. Era montata su un braccio lungo 30 cm che si estendeva automaticamente dal compartimento di prua del CM. L’accensione era invece controllata manualmente dall’equipaggio.

Al momento dell’impatto era compito dell’equipaggio sganciare i paracadute principali tramite un apposito interruttore del pannello di commando. Contestualmente il sistema pirotecnico del SECS veniva messo in sicurezza e disattivato. Lo sganciamento era una manovra per garantirsi che i paracadute non trascinassero il CM a zonzo perl’oceano o, peggio ancora, verso il fondo.

In acqua il CM poteva assumere una di due possibili posizioni di equilibrio: (a) la Stable I e (b) la Stable II. nel primo caso la capsula aveva lo scudo ablativo a mollo, la prua verso il cielo e gli astronauti si trovavano nei loro sedili a pancia in su. La Stable II invece era decisamente più scomoda poiché era la prua a trovarsi sott’acqua e gli astronauti erano trattenuti sui sedili dalle cinture di sicurezza (si trovavano a pancia in giù).

Sotto all’alloggiamento dei paracadute si trovava l’Uprighting System. era costituito da 3 palloni gonfiabili, del volume di 623 litri l’uno e da due compressori posizionati anch’esso a prua. Dopo l’ammaraggio i compressori venivano attivati manualmente e gonfiavano i palloni tramite un sistema di tubi. Lo scopo di questo sistema era quello di garantire che il CM assumesse la posizione Stable I, la più confortevole per gli astronauti e quella richiesta per la successiva evacuazione del veicolo. I palloni venivano gonfiati in ogni caso per tutelarsi in caso di rischio di ribaltamento.

Gli ammaraggi nel Pacifico

Una volta che garantita una posizione stabile della capsula, una tintura veniva rilasciata in acqua, per facilitare la ricerca e il recupero. Questa polvere fosforescente era contenuta in contenitore metallico di 7,6 x 7,6 x 15,2 cm posizionato a prua del CM e collegato ad esso da un cavo lungo 3,65 metri. Produceva una colorazione giallo-verdastra attorno alla capsula che durava fino a 12 ore. Il cavo di collegamento del contenitore aveva anche una seconda funzione: uno dei sommozzatori incaricati del recupero poteva collegarsi tramite di esso (Swimmer Umbilicals) al sistema di comunicazione del CM e dialogare con l’equipaggio.

Nel frattempo gli astronauti potevano aprire la valvola di post-landing vent (PLV) per lasciare entrare un po’ di aria fresca dopo giorni di permanenza nello spazio. Inoltre lavoravano alla disattivazione di alcuni dei sistemi non più necessari e preparavano la carica di gas necessaria all’apertura del main hatch; questo nuovo portello, che aveva rimpiazzato il vecchio modello dopo l’incidente di Apollo 1, riuniva tutte le funzioni del vecchio (che era suddiviso in tre parti) e poteva essere aperto velocemente. Per poterlo fare però, visto il suo peso, era stato ideato un meccanismo di controbilanciamento che utilizzava del gas in pressione.

Nei primi voli Mercury, dopo l’ammaraggio, un elicottero provvedeva ad agganciare la capsula e a sollevarla dall’acqua (per trasportarla a bordo delle navi di appoggio). Dopo l’incidente della Liberty Bell 7, che costò quasi la vita a Gus Grissom e l’affondamento della capsula (a causa di una improvvisa apertura del portello), venne previsto di agganciare alla capsula un anello gonfiato d’aria per migliorare il galleggiamento, una specie di salvagente.

Sebbene l’acqua contribuisca ad ammortizzare la fine della corsa della capsula, l’impatto si può rivelare comunque particolarmente violento per gli astronauti. Nel CM era l’Impact Attenuation System, una parte del ELS (Earth Landing System) a farsi carico di ammortizzare l’impatto con l’acqua.

Il CM di Apollo 8 ammarò ‘a testa in giù’. Al momento del contatto con l’acqua il CDR Frank Borman venne investito da un getto d’acqua di mare:

“L’impatto fu notevole e attraverso la PLV, sebbene fosse chiusa, una discreta quantità d’acqua entro all’interno della cabina.”

Lo “splashdown” di Apollo 11

“Avvertì un gran colpo” è il ricordo di Micheal Collins dell’ammaraggio di Apollo 11, “molto più forte di quello che mi aspettassi.”

Con un po’ di fortuna, la capsula impattava la parte discendente di un’onda e l’ammaraggio era abbastanza morbido. Purtroppo per l’equipaggio di Apollo 12 le cose non andarono così. Il povero Al Bean si beccò una telecamera in testa: questa era montata su un supporto di fronte ad uno dei finestrini e nell’impatto si sganciò e precipitò precisa precisa sul cranio di Bean, che fortunatamente ne ricavò solo qualche momento di stordimento e un bernoccolo.

La futura capsula americana, la Orion, nel progetto iniziale prevedeva l’utilizzo di paracadute e di una serie di airbag per atterrare e l’ammaraggio era previsto come piano d’emergenza. Alcune considerazioni sul peso del sistema di airbag ha fatto abbandonare questo metodo. Si è tornati al buon vecchio sistema, con lo splash previsto al largo della costa californiana.

2 Risposte to “Splash!”

  1. Vittorio Says:

    … e precipitò precisa precisa sul cranio di Bean, che fortunatamente ne ricavò solo qualche momento di stordimento e un bernoccolo.

    … e anche 2 punti di sutura e un cerotto ben visibile nelle foto, vedi

  2. raghnor Says:

    Giusto, ho scordato i punti di sutura. La scena viene riproposta nella puntata della serie “From the Earth to the Moon” nell’episodio relativo ad Apollo 12. Se non ricordo male, la usano per introdurre l’argomento telecamere (nella stessa missione Alan Bean puntò inavvertitamente la telecamera che doveva riprendere le EVA verso il Sole danneggiandola irreparabilmente).

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