Parapsicologia nello Spazio

Le carte Zener

Dopo il successo delle prime missioni lunari, un crescente numero di esperimenti scientifici venne aggiunto ai piani di volo (inflight experiments); venivano solitamente completati durante il viaggio di ritorno verso la Terra. Molti di questi esperimenti furono i precursori di quelli (ben più complessi) poi effettuati nelle missioni Skylab (la prima stazione spaziale orbitante americana che seguì la fase delle missioni lunari nella metà degli anni 70). Per Apollo 14 era prevista una serie particolarmente pesante di questi esperimenti, tra cui: una dimostrazione di elettroforesi, flussi di calore e convezione in un ambiente di microgravità (zero G) e una dimostrazione di fusione di materiali compositi nello spazio.

Ma uno degli esperimenti a bordo del Kitty Hawk (CSM di Apollo 14) non era previsto dal piano di volo.
Era un esperimento di trasmissione del pensiero.

Edgar Mitchell

Ed Mitchell (LMP di Apollo 14), nelle le settimane precedenti il lancio, organizzò un esperimento ‘clandestino’ per ‘verificare la possibilità delle forze psichiche di operare sulle lunghe distanze’. In quattro occasioni, due durante il volo verso la Luna e due durante il ritorno, Mitchell si concentrò su una sequenza di carte Zener durante il turno di sonno dei suoi compagni.

Le carte Zener sono un tipo particolare di carte da gioco, inventate negli anni 30 dallo psicologo Karl Zener e usate dal parapsicologo statunitense Joseph Rhine per i suoi esperimenti sulla chiaroveggenza. Il mazzo è composto da 25 carte. Ci sono cinque tipi di carte, ognuno presente cinque volte nel mazzo: il Cerchio, la Croce, il Quadrato, la Stella e l’Onda. L’esperimento classico consiste nel far indovinare ad un soggetto la prossima carta che verrà estratta dal mazzo. La probabilità di indovinare la carta tende, al crescere del numero di estrazioni, a 1 su 5 cioè il 20%. Se un tale esperimento, condotto con rigoroso metodo scientifico su un largo numero di casi, si discostasse considerevolmente dal 20%, in modo tale da non potersi attribuire a pura casualità, ne conseguirebbe la dimostrazione dell’esistenza di un fenomeno associabile con la lettura del pensiero.

I partecipanti all’esperimento sulla Terra cercavano di determinare la sequenza a cui Mitchell aveva pensato. Questo esperimento venne svelato alla stampa una settimana dopo il ritorno sulla Terra dell’astronauta. Mitchell credeva che il suo esperimento avesse prodotto significativi risultati. Dopo il suo volo, fondò l’Institute of Noetic Sciences per continuare le sue ricerche scientifiche sulla parapsicologia; disse di sentirsi ispirato da una “grand epiphany”, una “grande rivelazione”, che aveva sperimentato sulla via del ritorno dalla Luna, uno stato che descriveva come “nothing short of an overwhelming sense of universal connectedness”, “niente meno che un soverchiante senso di connessione universale”.

Ecco un breve estratto da una intervista rilasciata al magazine Cabinet (qui la versione originale ed integrale in inglese) nel 2001:

Come sei arrivato a voler effettuare un esperimento ESP [dall’espressione inglese Extra-sensory perception, ndr] durante la missione?
È accaduto circa tre settimane prima della missione. Ho incontrato alcuni physicists, i dottori Boyle e Maxie, che erano interessati a questo campo, e mi hanno suggerito che sarebbe stata un’occasione ideale per effettuare questo esperimento. Hanno coordinato loro il tutto; ero troppo occupato per occuparmene io. […] Ci siamo esercitati diverse volte con la meccanica dell’esperimento prima del volo. […]

Perchè questo interesse nell’effettuare questo tipo di esperimenti nello spazio?
Perchè nessuno lo aveva mai fatto a quella distanza. La domanda era se l’effetto decadesse a distanza, e la risposta è no. Questo era quello che si aspettava la gente, ma nessuno lo aveva mai sperimentato con distanze dell’ordine delle centinaia di migliaia di miglia.

Il cartoncino utilizzato da Edgar Mitchell per il suo esperimento (foto di Fia Backström, Cabinet Magazine).

Come è stato organizzato l’esperimento?
Il mio esperimento prevedeva quattro sessioni di trasmissione nei periodi di riposo pianificati durante il volo. […] ho generato 4 tabelle di 25 numeri casuali compresi tra 1 e 5. Ho quindi assegnato in maniera casuale a ciascun numero un simbolo Zener. Per ogni trasmissione, prendevo una determinata tabella e pensavo a ciascun simbolo per 15 secondi. Ogni trasmissione durava 6 minuti. Lo facevo quando ero pronto per andare a dormire. Avevamo amache con un sacco per dormire sotto i sedili. Due di noi dormivano mentre un terzo restava disponibile. Feci i miei esperimenti prima di entrare nel sacco.

Come hai fatto a coordinarti con le persone rimaste sulla Terra?
Non l’abbiamo fatto. Ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti. E non abbiamo notato alcuna differenza. Ci siamo trovati ad effettuare l’esperimento con un ritardo di 40 minuti ma non avevo comunque provato a mantenere un orario esatto, genericamente provavo alla sera. E ora abbiamo compreso perchè ha funzionato, perchè la sequenza degli eventi conta, l’esatto corrispondenza dei tempi no.

Un altro esempio della varietà di caratteri, delle diverse reazioni all’esperienza unica vissuta che si scopre quando si approfondisce la storia personale degli astronauti del Progetto Apollo.

4 Risposte to “Parapsicologia nello Spazio”

  1. Ciao, ricambio gli auguri e mi complimento per la continua ricerca di queste pillole. Oggi Mitchell sorride per questo “esperimento” che purtroppo non gli portò fortuna negli ambienti della NASA… E’ sempre stato considerato “diverso” dai suoi colleghi, forse perchè intellettualmente era un gradino più in alto.
    Con la Noetica si è spinto molto in profondità e per comprendere il suo lavoro sarebbe necessario scrivere un libro. Vi informo che il suo libro The Way of the Explorer che ho in inglese e quindi difficile da comprendere per i contenuti a volte astratti, è stato tradotto in italiano,
    a giorni dovrei riceverlo e vi farò sapere.
    Ogni volta che lo incontro avrei mille domande, anche se mi ha risposto a più riprese, ma so già che sarà difficile seguirlo, comprenderlo. (anche perchè il mio scarso inglese non mi permette di cogliere le sfumature…) Non ama particolarmente parlare della sua missione in termini tecnici e scientifici, proprio per questo motivo Mitchell è diverso. Parlando in termini molto semplificati… Lui è fermamente convinto che l’Universo sia completamente connesso e che anche noi terrestri lo siamo.
    Come scrivo in Progetto Apollo: quando arriveranno gli alieni darò loro l’indirizzo del dott. Edgar Mitchell lui potrà aiutarli a comprendere chi siamo noi terrestri.
    La NASA non lo sapeva, ma aveva scelto la persona giusta.
    Un uomo con una forte personalità e la curiosità necessaria per comprendere il significato del viaggio più importante che essere umano abbia mai compiuto: quello dalla Terrra alla Luna!

  2. Grazie Luigi! Sto cominciando a pensare ad una rubrica fatta con i tuoi commenti che sono sempre un puntuale approfondimento dell’argomento trattato con quel tocco di originalità che viene dal tuo essere in contatto con i Moonwalkers. Che ne dici di ‘La Perla di Luigi” ?!😛
    Auguro a te e alla tua famiglia, Buon Natale e un 2011 sereno e ricco di soddisfazioni!

  3. Grazie per la rubrica, spero di essere all’altezza. Comunque è sempre difficile aggiungere informazioni ai tuoi post sempre attenti e curati. Come immagini, scrivere un libro con dovizia di particolari che si spingano in profondità è complesso, non solo per il lavoro necessario, ma soprattutto per riuscire poi a pubblicarlo… Oggi si deve raggiungere un pubblico quanto più ampio possibile perchè gli editori non sono dei benefattori…
    Forse non sono stato generoso in Progetto Apollo ed egoisticamente “lo ammetto” mi sono tenuto tanti ricordi, frammenti di quell’avventura incredibile. Ho promesso a molti dei protagonisti che non avrei pubblicato esattamente tutto.
    Come immagini ci sono fatti che hanno coinvolto i rapporti fra gli astronauti e non sarebbe bello che litigassero dopo 40 anni per causa mia! Fra di loro c’è ancora del sano agonismo.

    Per tornare su Mitchell anche in questo lui è “diverso” sempre in disparte mai una polemica. “Ed” è come se vivesse su un piano superiore, un livello mentale che per noi umani è difficile da raggiungere.
    Tutti comunque a livello mentale sono una spanna sopra gli altri perchè tenersi insieme dopo un simile viaggio non è cosa da tutti. Io umilmente sarò la loro voce anche quando l’ultimo uomo che ha camminato sulla Luna, non ci sarà più.

  4. Ciao a tutti, (siete ancora lì?) spero che questo mio post, aiuti Raghnor ha proseguire nella sua opera di divulgazione del Programma Apollo.

    Quasi 4 anni dopo, Edgar Mitchell non ha ancora smesso di essere motivo di “studio” per molti. Recentemente è stato ospite a Tramelan (Berna) ed ho avuto il privilegio di interpretare Mitchell in un cortometraggio: “Ephiphany”. Qui trovate il trailer e il resoconto della lecture: http://www.collectionspace.it/Epiphany.htm
    Buona visione!

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