Un vaso di fiori bianchi e rossi

Il CM di Apollo 10
col suo bel ‘vaso di fiori’

Il titolo fa riferimento al nomignolo con cui venivano indicati i paracadute aperti del CM nella fase di rientro (‘Flowerpot’ in inglese). I paracadute facevano parte dell’ELS (Earth Landing System). Il loro ovvio scopo era quello di garantire un atterraggio sicuro nelle due modalità previste: alla fine di una missione, in preparazione all’ammaraggio; e a seguito di una manovra di abort durante il lancio del Saturn V (per l’esattezza da prima del liftoff fino alla separazione dell’S-II e del LES). L’intera procedura di apertura era controllata da un sistema di controllo automatico (completamente ridondante), con la possibilità in ogni momento di passare ad una modalità manuale (come sistema di scorta) a discrezione dell’equipaggio.

Essendo parte dell’ELS, i paracadute si trovavano impacchettati attorno al tunnel di collegamento CM/LM. C’erano 3 paracadute principali, 3 paracadute pilota e 2 parafreni (1) nell’ELS.
A circa 7.3 Km di altitudine lo scudo termico frontale veniva espulso (tramite la spinta di 4 molle attivate da gas pressurizzato). I parafreni venivano rilasciati, con l’effetto (a) di rallentare il CM fino alla velocità di circa 200 Km/h e (b) di stabilizzare l’orientamento del CM. A 3.3 Km di quota circa si attivava un interruttore barometrico (comandato dalla pressione atmosferica): i parafreni venivano espulsi, i tre paracadute pilota venivano rilasciati, ad un angolo di 90 gradi rispetto all’asse verticale del CM, e si trascinavano dietro i paracadute principali. La velocità del CM si riduceva fino a 35 Km/h, pronto per l’ammaraggio. Sia i parafreni che i paracadute principali venivano rilasciati in una condizione detta ‘reefed condition’; ovvero delle corde li mantenevano parzialmente dispiegati per ridurre lo shock meccanico dovuto all’alta velocità a cui avveniva il rilascio. Una piccola carica esplosiva dopo circa 10 secondi tagliava le corde permettendo alle calotte dei paracadute di dispiegarsi alla massima dimensione.

L’apertura dei tre paracadute principali dispiegati era accolto come un ‘bentornati a casa’ dall’equipaggio. Le tre calotte rosse e bianche divennero un segno distintivo delle trasmissioni televisive dedicate alla fase terminale di ogni missione. Il CM era in grado di ammarare in sicurezza anche con soli 2 paracadute, come effettivamente avvenne per Apollo 15, l’unico malfunzionamento dei paracadute in tutto il programma. Magari più bruscamente vista la maggiore velocità di impatto, me sempre in totale sicurezza.

Lo schema dell’ELS con i paracadute impacchettati

Il Main Parachute Deployment Pack conteneva i paracadute impacchettati sotto vuoto attraverso speciali presse per ridurre al massimo lo spazio occupato. Come già detto trovava posto nella parte superiore del CM ed era circondato da alcuni strati di Dacron come protezione termica.

Il paracadute pilota aveva un diametro di 2.2 mt ed un’area totale di 2.26 metri quadrati. Era permanentemente collegato al contenitore del paracadute principale attraverso un cavo di acciaio di 2.81 mt (sia il paracadute pilota che il contenitore rimanevano agganciati al paracadute principale). Le corde di sospensione erano lunghe 39.7 mt ed erano realizzate intrecciando Ripstop nylon (un tessuto in nylon leggero con intrecciati fili di rinforzo in un motivo a griglia). Le corde di sospensione erano unite al cavo di acciaio tramite un altro cavo ricoperto di Dacron della lunghezza di 8.79 mt.

Il paracadute principale aveva un diametro di 25.5 mt e completamente dispiegato aveva un’area di 390.2 metri quadrati. Era del tipo definito Ringsail: la calotta era costituita da 12 anelli di vele realizzate in Ripstop nylon. La calotta era collegata a 68 corde di sospensione lunghe 36.67 mt, che si raggruppavano in 6 connettori in metallo lunghi 1.06 mt da ciascuno dei quali partiva un cavo di tessuto lungo 39.4 cm. Questi sei cavi andavano tutti a collegarsi ad un unico cavo in acciaio, che si agganciava al CM.

Una vista dei 3 paracadute principali del CM di Skylab 3 durante il rilascio

L’importanza dell’apertura dei paracadute e gli stati d’animo in quei momenti li lascio alle voci di chi li ha vissuti.
“Siamo in caduta libera”, fu la chiamata di Pete Conrad (CDR di Apollo 12) quando si sganciarono i parafreni. “Ed ecco i [paracadute] principali!” gridò Gordon (CMP) quando li vide aprirsi. “Aspetta.”, disse Conrad. “Li abbiamo tutti e tre. Un bello spettacolo.” “Non si sono ancora dispiegati”, avvisò Gordon. Non potevano rallentare abbastanza se almeno 2 calotte non si gonfiavano completamente. “Eccoli”, disse Al Bean (LMP). “Sono dispiegati.” “Solo due”, disse Gordon. “Ne manca uno. Eccolo!” quando anche l’ultimo laccio si aprì. “Salve, Houston; Apollo 12. Tre magnifici, meravigliosi paracadute, e siamo a 8000 piedi [2.4 Km] in discesa e in buone condizioni”.
Mike Collins (CMP di Apollo 11) teneva d’occhio l’apertura dei paracadute con molta attenzione. “Mi sembrava ci fosse un certo ritardo prima che si dispiegassero. Tutti e tre i paracadute erano stabili ed erano tutti aperti parzialmente e rimasero in quelle condizioni fino a quando iniziai a preoccuparmi se si sarebbero mai dispiegati; fu in quel momento che accadde.”

(1) Un parafreno (drogue parachutes) è più allungato e molto più sottile di un paracadute convenzionale, per questo motivo genera meno resistenza aerodinamica. A causa di ciò non rallenta un velivolo con la stessa efficacia di un paracadute normale, ma per contro può essere impiegato a velocità alle quali i paracadute convenzionali verrebbero divelti. ( Grazie a Wikipedia🙂 )

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