Come ci arriviamo sulla Luna? – Parte 1

Dopo l’annuncio da parte di Kennedy (nel famoso discorso al Congresso del 25 Maggio 1961) che l’obiettivo del programma spaziale americano sarebbe stato quello di portare un uomo a passeggiare sulla superficie lunare entro al fine del decennio, la NASA discusse nel corso del biennio 1961/62 COME raggiungere questo obiettivo.

Inizialmente vennero ideati svariati metodi, alcuni veramente assurdi (una delle proposte prevedeva di portare sulla Luna il prima possibile un astronauta con adeguate scorte e lasciarlo li in attesa di trovare il metodo migliore per recuperarlo!!!). Alla fine la NASA scelse di concentrare i suoi sforzi su 2 proposte:

Direct Ascent - Un ipotetica capsula

Direct Ascent - Un ipotetica capsula

  • Direct Ascent: Inizialmente il Direct Ascent incontrava il favore di molti: era un sistema quasi brutale nella sua semplicità. Richiedeva la costruzione di un enorme razzo (il progetto esisteva ed il suo nome era Nova; avrebbe fatto sembrare un piccoletto il Saturn V), un razzo in grado di decollare e puntare direttamente alla Luna portando una capsula Apollo concepita per viaggiare fino alla Luna e ritornare, per allunare e poi ripartire dalla superficie lunare e infine sfruttare lo scudo ablativo per rientrare in atmosfera. Inizialmente venne sottovalutata la complessità di realizzare il razzo Nova e la possibilità di progettare una capsula che fosse adatta a compiere tutte le manovre richieste. Questo era il metodo preferito dallo Space Task Group (parte importante del Manned Spacecraft Center a Houston), il piccolo gruppo responsabile della progettazione della capsula Mercury, diretto da Robert Gilruth e che poteva vantare progettisti come Max Faget e Owen Maynard (considerati dei veri geni all’epoca)
L'evoluzione della Capsula Apollo

L'evoluzione della Capsula Apollo

  • Earth Orbit Rendezvous (EOR): L’EOR prevedeva di utilizzare piu’ lanci (2-3) del razzo Saturn (nella sua più grossa ‘taglia’, il Saturn V) per portare in orbita parti della capsula Apollo che avrebbero poi dovuto incontrarsi (rendezvous) ed agganciarsi (docking) in orbita terrestre prima di lanciarsi verso la Luna (da qui in poi il piano era sostanzialmente quello previsto per il Direct Ascend).  E’ importante notare che, nel momento in cui si discuteva la modalità del viaggio verso la Luna, gli USA avevano a malapena lanciato alcune della capsule Mercury (alcune solo in volo suborbitale) e nessuno (nemmeno i russi) era ancora riuscito a realizzare il rendezvous e il docking di due capsule. Esistevano addirittura dei dubbi sulla fattibilitá delle due manovre. Lo sponsor principale di questo approccio era Wernher Von Braun con il suo gruppo del Marshall Space Flight (Alabama)

Una terza opzione lottava nel contempo per ottenere visibilità: era il metodo denominato Lunar Orbit Rendezvous (LOR), che aveva solo un piccolo gruppo di estimatori al Langley Research Center (Hampton, Virginia). Il suo più acceso sostenitore e promotore fu inzialmente John C. Houbolt.

Un vecchio schema comparativo

Un vecchio schema

Il LOR sembrava ancora più fantascientifico: prevedeva di suddividere le funzionalità richieste dagli altri due metodi alla capsula Apollo in due distinti veicoli più specializzati per determinati compiti. Uno dei due veicoli sarebbe rimasto in orbita lunare con la scorta di carburante per il viaggio di ritorno e lo scudo ablativo, l’altro (detto lander) si sarebbe sganciato, sarebbe allunato e risalito per incontrarsi e riagganciarsi con quello rimasto in orbita. C’era un altro particolare importante nel piano: al termine di ogni fase della missione, le parti non più utili venivano abbandonate. Per cui il lander era in realtà a sua volta suddiviso in due sezioni: una per la discesa (da abbandonare sulla superficie) e una per la risalita (da abbandonare dopo il trasferimento dell’equipaggio nel veicolo rimasto in orbita). Questo approccio permetteva dei sostanziali risparmi di peso (variabile fondamentale nel volo spaziale). Un risparmio tale da permettere di utilizzare un solo Saturn V per il lancio!

Se il LOR vi suona familiare è perchè alla fine fu il metodo scelto dalla NASA. Come si arrivò a questa scelta è una storia che merita di essere raccontata e che racconterò la settimana prossima nella seconda parte di questo post.

Una Risposta to “Come ci arriviamo sulla Luna? – Parte 1”

  1. adeline Says:

    Sono solo scemate qullo che dice la gente io ne sono piu che sicuro che siamo stati sulla luna e sono tutte fanfarte l’uome è stato davvero sulla luna punto e basta..
    Si dice che delle persone abbiano totlto le stelle dalle foto per far chredere che sia stata tutta una truffa ma quella gente dovrebbero metterla in prigione e nn farla piu ucscire e rivoltnte quello che anno detto e in piu chi si sarebbe fatto uccidere per una finzione (parlo del apollo1)
    Scusate anno anche speso miliardi e miliardi di dollare poi è il mio sogno andare sulla luna questo evnto e stato visto da miglioni di presone nn ci sono le prove per dire che luomo nn e stato sulla luna……..

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