There’s something in the ARIA (2)

Un ARIA
(foto di Ken Mackellar, da Honeysucklecreek.net)

Il compito di far volare gli ARIA spettò alla US Air Force Eastern Test Range. La loro base fu la Patrick Air Force Base, Florida fino al Novembre del 1975, quando la Air Force li spostò alla Wright-Patterson Air Force Base at Dayton, Ohio.

Alla Patrick AFB si trovava il centro di controllo, l’Aircraft Operations Control Center (AOCC), chiamato anche ARIA Control. Da qui veniva coordinato il dispiegamento degli ARIA; il personale dell’AOCC era in contatto costante con tutti gli aerei in volo, indipendentemente dalla loro localizzazione nel mondo. L’AOCC era collegato sia alla MSFN che alla rete del Dipartimento della Difesa. Tra l’AOCC e ogni ARIA erano attive due linee di comunicazione: una veniva usata per le comunicazioni tra il personale dell’AOCC e e quello sull’ARIA, l’altra permetteva la comunicazione tra gli astronauti sull’Apollo e l’MCC a Houston. Nel corso di una missione, l’AOCC veniva costantemente informato dall’MCC sull’orbita della capsula. E nel caso di significative variazioni, l’MCC poteva verificare con l’AOCC la possibilità di variare la posizione (e le rotte) degli ARIA.
Nell’AOCC erano presenti 14 postazioni suddivise su 2 console principali (dallo stile simile a quello dell’ACC). Le postazioni primarie erano occupate dai persone nei ruoli di comando e controllo. Nell’altra si trovava tutto il personale di supporto.

L’edificio che ospitava l’ARIA Control (foto di Bob Burns)

Gli ARIA volavano alcuni giorni prima dell’inizio della missione nell’area loro assegnata: la Hickam Air Force Base alle Hawaii o all’Ascension Island nel bel mezzo dell’Atlantico. Il giorno del lancio (e del rientro) si alzavano in volo percorrendo una rotta predefinita nella loro area per supportare.

Intorno al 1968 tutti i velivoli ARIA passarono dalla livrea con i simboli e le parole tipiche dei velivoli dell’Air Force dei primi voli a quella caratteristica degli aerei diplomatici americani (la stessa dell’Air Force One per intenderci). Per motivi ovviamente diplomatici: il Progetto Apollo venne sempre descritto come un programma civile minimizzando, nonostante la loro grande partecipazione, il ruolo delle forze armate. Una flotta di aerei che dovevano volare da una parte all’altra del globo, magari richiedendo permessi di sorvolo o scalo a paesi del blocco sovietico o non allineati (eravamo in piena guerra fredda) non potevano presentarsi come aerei militari; sarebbe stato visto come un tentativo di “militarizzazione dello spazio”. Durante Apollo 9, l’ultima missione esclusivamente in orbita terrestre, gli ARIA furono autorizzati a sorvolare e fare scalo in 31 paesi. Grazie a questo piccolo dettaglio (un altro dei tanti che servirono a portare l’uomo sulla Luna) della livrea diplomatica, vennero evitati imbarazzi a molti di questi paesi.

Anderson ricorda un simpatico episodio legato alla missione Apollo 9:

“Ad ogni missione Apollo preparavamo delle spille dedicate alla missione (mission badge) per i controllori ARIA e tre extra badge venivano inviati all’equipaggio presso Cape Canaveral via posta interna. Non eravamo mai sicuri che li ricevessero (con l’eccezione di Apollo 11, dato che la consegna avvenne direttamente nelle mani di Mike Collins). Per Apollo 14 il rappresentante per il DOD era Jim Plaisted, un maggiore della Air Force in pensione; chiacchierando ci rendemmo conto che nell’equipaggio c’erano Shepard e Mitchell in rappresentanza della Marina e Stu Roosa dell’Aereonautica. E il povero Roosa non era solo in minoranza come rappresentanza delle diverse forze armate ma tra i tre era anche il ‘giovincello’. Decidemmo di inviargli un ‘morale booster’, per sollevargli lo spirito durante la missione, insieme ai soliti badge; come al solito, non sapendo se il tutto era stato ricevuto, mantenemmo un profilo basso. Dopo aver effettuato la TLI, la comunicazione tra Apollo 14 e Houston venne gestita da un ARIA nel periodo tra il LOS (Loss Of Signal) della stazione di Carnarvon e l’AOS (Acquisition Of Signal) della stazione di Guam (questa era forse il gap più critico tra quello coperti con velivoli ARIA). Il CAPCOM disse, ‘Apollo 14, qui è Houston via ARIA’. Fu Roosa (CMP) a rispondere, ‘Ah roger, Houston. Potreste riferire alla gente all’ARIA Control che ho ricevuto il loro messaggio e che si trova attaccato al pannello di fronte a me?’ Questo colse completamente di sorpresa tutti nell’ARIA Control e non solo, tutti tranne me e Jim che iniziammo a ridere a crepapelle e a scambiarci high five. Dopo 15 secondi, ricevemmo 3 diverse telefonate, tutte con la stessa domanda ‘Di cosa sta parlando? Quale messaggio?’, ‘OK voi due, cosa avete combinato?’ Raccontammo di aver inviato insieme ai badge un ‘morale booster’, una bandiera dell’Air Force 15 x 10 cm. C’erano momenti di grande stress durante le missioni Apollo, ma anche momenti leggeri come questo.”

(dal sito honeysuckle.net)

Alla conclusione del Progetto Apollo nel 1975, la parola “Apollo” dell’acronimo venne cambiato in “Advanced” e gli ARIA continuarono il loro servizio supportando una lunga serie di lanci di satelliti, le missioni Skylab e le sonde Viking e Voyager. Per altri 30 anni il DOD ha mantenuto il controllo sulla flotta utilizzandola anche per tutta una serie di test su missili balistici militari.

L’ARIA Memorial

In tutti gli anni di onorato servizio, un solo grave incidente ha funestato gli ARIA. La mattina del 6 Maggio 1981, l’ARIA 328, decollato dalla Wright-Patterson Air Force Base a Fairborn (Ohio), si schiantò al suolo durante un volo di addestramento e morirono tutte e 21 le persone a bordo. Tra di essi anche 3 civili: due di essi erano le mogli di membri dell’equipaggio che, ironia della sorte, si trovavano a bordo per familiarizzare con il lavoro svolto dai loro mariti. Questo incidente viene ricordato da una placca di bronzo posta nel memorial garden (il giardino della memoria) dello United States Air Force Museum a Dayton, Ohio: nello stesso giardino si trovano 21 meli selvatici, ognuno a rappresentare una della vittime.

Il 24 Agosto 2001, l’ultimo degli ARIA ha compiuto il suo ultimo atterraggio presso la Edwards Air Force Base, ponendo fine alla lunga storia di questo squadrone.

Se volete approfondire l’argomento, vi suggerisco il sito ufficiale http://www.flyaria.com.

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